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Intervista: un Bravo alla Bao.
Il tour italiano di Émile Bravo giunge al termine nella fumetteria Alastor di Napoli, dove abbiamo incontrato l'autore. Le tappe sono state la Fiera del Libro di Torino, un entusiasmante briefing a Milano e incontri a Bologna e Roma.

Émile Bravo all'Alastor di NapoliIl giro, ci racconta Michele Foschini, non è stato casuale; "l'Alastor è stata l'unica fumetteria e questo perché la Bao sta cercando visibilità anche in libreria. A Milano, alla Rizzoli, si sono stupiti per la grande disponibilità di Émile; a Bologna Bravo ha tenuto una vera conferenza in una libreria "per l'infanzia" (un incontro in un qualche modo accademico). Ogni volta abbiamo trovato persone che non si aspettavano di trovare quello che poi hanno trovato. Ed è questo quello a cui puntiamo: allargare il raggio delle persone interessate al fumetto. Magari ai nostri, che è meglio.
Il giro è stato molto interessante, e sono felice di averlo fatto con un autore di un fumetto che, non nego, mi commuove sempre ad ogni rilettura.
Qui, in fumetteria, saldiamo in minima parte il debito che abbiamo nei confronti dei grandi appassionati e lettori di fumetti. Anche nei confronti dei nerd. Sai, nei film di fantascienza si vedono questi esseri umanoidi con la testa enorme e le braccine piccole perché hanno solo cervello. Io credo che invece stiamo tutti diventando personaggi con il cerotto sugli occhiali e la maglietta di Star Trek; dei nerd, appunto. Noi che eravamo già così da molto tempo, a quel punto, domineremo il mondo…
"

Il tuo disegno a prima vista rimanda a una precisa scuola fumettistica che genericamente viene chiamata Ligne Claire e più in generale ogni volta che si parla del tuo lavoro si fa questo riferimento. Quanto c'è di esatto in questa definizione? Ti ritrovi?
Mi riconosco nella definizione di Hergè della "linea chiara" non in quella semplicemente estetica e grafica. Lui intendeva che la linea doveva essere chiara nel senso che doveva consentire la comprensione del racconto; il segno era inteso come linguaggio. Da questo punto di vista il senso del disegno scarno, puro, pulito che serve a raccontare una storia… beh, in questo mi ci riconosco, nella definizione del solo "tipo" di disegno no.
Da questo punto di vista spesso sorprendo chi mi sente dire che trovo che Art Spiegelman in Maus faccia della "linea chiara", ovvero intendo che il disegno è perfettamente al servizio della storia, questo vuol dire "linea chiara" per me. Anche se il grafismo è sporco, quasi carboncino; dal mio punto di vista, essendo al servizio della storia e quindi racconta con un "tratto" chiaro quello che l'autore voleva raccontare.

Nel caso di Spiegelman questo avviene anche perché parliamo di un autore completo. Che condizioni ci devono essere per far sì che accada anche laddove c'è uno sceneggiatore ed un disegnatore?
Credo che la fusione fra un disegnatore ed uno sceneggiatore abbia del miracoloso; infatti molte volte si vede chiaramente che non funziona come dovrebbe. Penso che Uderzo sia un grande disegnatore, per fare un esempio, però è sempre stato Goscinny a sapere come tirare fuori da Uderzo il meglio. Quando viene a mancare uno dei due autori viene a mancare la simbiosi che si era creata.
Se consideri l'autore di un fumetto (anche se sono in due) come se fosse una sola persona la mancanza dello sceneggiatore si può paragonare alla perdita di un arto, di questa "fantomatica" persona unica…
Molto spesso ci sono dei disegnatori che aggiungono dettagli, virtuosismi che non servono a raccontare qualcosa in più; sono un contributo eccessivo. Così come ci sono sceneggiatori che non si rendono conto che a spiegare le sfumature serve il disegno e quindi aggiungono dei livelli ulteriori di lettura nel testo che non servono per cui in realtà ciascuno sta cercando di mettere in mostra il suo talento.

Cogliamo però una voglia di andare oltre, se non altro ci sembra che la tua sia perlomeno una modernizzazione del modo canonico di disegnare dentro la linea chiara. Un po' come fece prima di te Joann Swarte, per esempio.
Mah, trovo il lavoro di Swarte molto bello esteticamente ma anche come ricerca del modo di lavorare ma si tratta di un qualcosa di puramente estetico. Non è un caso che parliamo di un modernizzatore del concetto di linea chiara. Non è che non mi piaccia, ma diciamo che non mi interessa particolarmente, ciò che mi interessa è più considerare l'estetica come parte del fumetto, non come fine.

Del resto, se parliamo di tematiche, dato che sei spesso scrittore delle tue storie, non ci sembra che tu sia così inchiodato sul classicismo. In Italia abbiamo visto poco dei tuoi fumetti, ma Young American in questo senso è folgorante. In superficie c'è un disegno pulito, innocuo, tradizionale, quasi umoristico, ma poi la storia è un abile gioco di ribaltamenti con una dicotomia evidente tra il testo, feroce e pungente, e il disegno. È solo un divertissement oppure è un episodio importante nella tua carriera?
È stato un divertissement, sicuramente. Però è stata anche una cosa molto importante secondo me. Volevo dimostrare il fatto che non si deve dare eccessiva importanza al disegno; la storia mostrava due volte le stesse tavole ma con testi differenti. La prima volta è didascalica, pesante…. la seconda volta è assolutamente pornografica e politicamente scorretta ma i disegni sono gli stessi. Guardando semplicemente ciò che c'è disegnato non è detto che si capisca cosa racconta la storia; il virtuosismo non era tanto nell'aspetto grafico ma nella capacità di illustrare nello stesso modo due storie molto diverse.

Ci racconti sommariamente l'esperienza dell'Atelier de Nawak e dell'Atelier des Vosges, nei quali hai lavorato a fianco di autori come Sfar, Boutavant, Trondheim, Blain , David B., Satrapi. Pensi che siano state delle tappe formative della tua crescita come artista?
Sono arrivato nell'Atelier perché conoscevo Trondheim e, essendosi liberato un posto, mi aveva chiesto di raggiungerlo a lavorare lì; era un momento di grandi arrivi perché Sfar sarà arrivato qualche giorno prima di me e contemporaneamente arrivò Blain e Guibert… avevamo tutti degli stili grafici molto diversi fra noi però si è scatenato subito un effetto emulazione per cui ogni volta che qualcuno stava lavorando a qualcosa che gli piaceva particolarmente gli altri lo seguivano, incoraggiavano. In comune avevamo una specie di frustrazione; in Francia per pubblicare qualcosa nello scenario sclerotizzante dei primi anni '90 dovevi disegnare con uno stile "unico"; essere pubblicato con qualcosa di differente era quasi impossibile. Eravamo molto motivati a raccontare il nostro che ci sembrava così necessario per irrompere sulla scena fumettistica.
Ad un certo punto ci hanno proposto un locale dove andare… a Place de Vosges. Beh, un posto come quello non puoi rifiutarlo, ci siamo trasferiti. Lì abbiamo conosciuto poi Marjane Satrapi che era, al'epoca, solo "illustratrice"; l'abbiamo un po' aiutata a costruire la sua (futura) opera perché lei non voleva farne un fumetto. Era ed è una grande raccontatrice e ad un certo punto, mentre si chiedeva cosa fare (so disegnare, vorrei scrivere un romanzo, cosa sarò da grande…) le suggerimmo di fare un fumetto. Poiché il fumetto è un linguaggio lei, che ha una grande capacità di imparare le lingue (iraniana in Francia con marito svedese…), si è molto applicata per capirne la sintassi, il costrutto, l'ortografia e, come molti scrittori che scrivono il loro libro di esordio in una lingua straniera, ha scritto la sua opera più importante in una lingua che non è la sua lingua di nascita.

Copertina di Ti sei confrontato con Spirou e Fantasio nell'eccellente Il diario di un ingenuo. A noi ci è sembrato quasi un "year one" di questo personaggio. Ma è davvero tutto lì o c'è stato il tentativo di portarlo su un'altro piano narrativo?
Spirou nacque come personaggio nel 1938; dava il nome all'omonimo giornale ed era il protagonista faceto di storie autoconclusive di una pagina ambientate in un albergo, dove Spirou era fattorino. Dopo la guerra il personaggio venne ripreso e cambiato diventando protagonista di avventure a tutto tondo perdendo la banale bidimensionalità della sua prima versione. Ecco, il mio volume è in pratica la risposta alla domanda "cosa è successo prima del violento cambio di direttiva del personaggio?". La risposta è semplicemente "la seconda guerra mondiale".
Chiaramente l'ho dovuto portare su un altro piano narrativo; non si affronta oggi un fumetto nello stesso modo in cui si affrontava cinquanta anni fa. A dire la verità a me non è sembrato di alterare o adattare un'opera; ho provato a inserire dei tasselli… Le risposte alle domande che mi ponevo da bambino quando leggevo il personaggio.
Queste storie (il filone degli "anno uno") hanno il vantaggio di poter umanizzare il personaggio; se già lo amavi prima una volta che hai trovato un maggiore spessore umano…

In "Mia mamma (è in America, ha incontrato Bufalo Bill)", a differenza degli altri due tuoi fumetti che noi abbiamo potuto leggere vediamo un approccio differente alla tavola, con un disegno meno ingabbiato nella classica griglia francese, più arioso, più libero, più leggibile. Questo è perchè il libro è (anche) indirizzato a un pubblico più giovane?
In realtà non credo di aver avuto un approccio infantilizzante alla storia; io cerco di realizzare storie che siano per tutti. Questa storia non volevo fosse ingabbiata in griglie di fumetto né per un pubblico piuttosto che per un altro.
C'è chi mi dice che guardando le tavole la storia è per bambini, altri che lo leggono e mi dicono "un po' dura la storia per un bambino, con queste tematiche", beh allora ho raggiunto il risultato, probabilmente è una storia per tutti, semplicemente.

È stato difficile parlare di una tematica così dura, come la perdita di un genitore, all'interno di un contesto narrativo dall'impianto tutto sommato leggero, se mi passi il termine?
Da un punto di vista grafico il volume è di una semplicità estrema; un po' perché il mio stile è molto semplice e lineare e un po' perché se avessi forzato con uno stile dettagliato avrei intriso di pathos la storia portandola "fuori strada". L'ho anche approcciata con l'idea che era in realtà la storia di Jean e che dovevo farmi un po' da parte; mi sono cancellato il più possibile dalla presenza in scena, meno mi si nota meglio è. Ero al servizio della storia, è stata una scelta semplice di semplicità", se permetti il gioco di parole.

Ci parli della tua collaborazione con Jean Régnaud?
Conosco Jean da moltissimi anni; avevo collaborato con lui alla stesura di 3/4 volumi.
Quando mi ha dato il racconto, frutto di decine di anni di lavoro – non scherzo –, leggendolo ho riconosciuto molte persone. La vena autobiografica è molto forte ed in prima battuta ho pensato di non poterlo disegnare essendo troppo coinvolto; il collega al quale l'avevo passato mi ha detto che non dovevo rinunciare, perché proprio per questo l'avrei reso unico.
Jean conosce sicuramente il mio modo di raccontare e sa cosa è necessario in uno scritto per renderlo sceneggiatura. Il racconto che ha scritto che è poi diventato il libro "Mia mamma" non ha neanche avuto bisogno di essere sceneggiato, l'ho seguito passo passo disegnandolo.
Gli interludi sono presenti nel racconto (e nel libro) così come alcuni passi descrittivi (senza scambi di parole) da me riportati come scene mute.

Cosa ti porti a casa da questo tour italiano? Hai conosciuto qualche autore che ti ha colpito?
No, ho conosciuto un editore (il mio!) ed ho incontrato moltissime persone ma solo negli incontri. Nessun autore. Solo tanta gente e ci tengo a confessare che la principale ragione per accettare il tour è stata che adoro l'ambiente che c'è in Italia.

Dal vostro punto di vista francese come è visto il fumetto italiano?
Conoscevo qualcosa del fumetto italiano perché un amico mi raccontava cosa uscisse in edicola. Mah, mi sembra che siate molto "orientati" verso il fumetto statunitense (come interesse). Gli autori mi sembrano più operai in una catena di montaggio; sarebbe utile che si liberassero di questo giogo (nota del traduttore nonché editore Michele Foschini: se è per questo con la Bao stiamo cercando appunto di pubblicare autori che hanno qualcosa da dire). È anche seccante che un autore italiano che ha qualcosa da raccontare debba poi andare in Francia per pubblicarlo.

Un caloroso ringraziamento ad Émile Bravo, disponibile e brillante ed al suo editore Michele Foschini.


Riferimenti:
Voce di wikipedia in francese dedicata a Bravo: http://fr.wikipedia.org/wiki/Émile_Bravo
Bao Publishing: http://www.baopublishing.it
Recensione di "Mia mamma" sul nostro sito: http://www.lospaziobianco.it/5713



invia articolo  invia per e-mailstampa articolo stampa2010-05-26 19:11:00 
Alberto Casiraghi, Davide Occhicone 
Questo articolo è ideologicamente libero. L'autore garantisce il permesso per la distribuzione e la riproduzione del contenuto per soggetti privati, alla condizione che l'articolo sia riprodotto in maniera integra ed integrale, e che la fonte e l'autore siano esplicitamente e correttamente riportati, compreso questo messaggio.
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